Venni a conoscenza ancora in gioventù della profezia di Juliusz Słowacki, secondo cui un Papa slavo avrebbe «condotto popoli diversi fuori dall’ombra, verso lo splendore in cui è Dio»; la accolsi, tuttavia, come un sogno bellissimo, ma quasi incredibile. Quando però, nell’ottobre del 1978, nel campo per prigionieri politici Perm-36, a Kučino, sugli Urali, dove allora scontavo la mia pena, giunse la notizia dell’elezione a Papa del cardinale di Cracovia Karol Wojtyła, il mio entusiasmo non conobbe limiti. E non soltanto il mio: quel giorno tutti i prigionieri del regime brezneviano furono pervasi da uno straordinario fervore. Divenne chiaro che colui che aveva conosciuto i crimini del comunismo attraverso il proprio destino e quello del proprio popolo avrebbe inevitabilmente compreso di avere la missione di opporsi spiritualmente a quel regime. Perciò noi, prigionieri politici di allora, ripetevamo con trasporto: «È la fine del comunismo!». Già in quel momento san Giovanni Paolo II divenne per noi una luce bianca di speranza.
Non ci stupì, dunque, che in risposta all’ardente appello di quel santo Papa - «Non abbiate paura!» - divampasse il fuoco della “Solidarność” polacca, al quale i popoli dell’intera Europa centro-orientale accesero le proprie fiaccole. L’energia di quella staffetta della libertà raggiunse poi anche l’Ucraina. Prima, tuttavia, desidero raccontare la visita invisibile di san Giovanni Paolo II ai ricordati campi di lavoro dell’Unione Sovietica.
Alla vigilia della Pasqua del 1982, celebrata secondo il calendario giuliano, noi, un gruppo di detenuti del campo Perm-36 a Kučino, fummo avvertiti che, se ci fossimo riuniti per pregare, saremmo stati puniti. Ebbene, per un cristiano la punizione inflitta a causa della preghiera non fa paura; ignorammo quindi il divieto e la domenica mattina ci riunimmo ugualmente per pregare. Non facemmo però in tempo a condividere il cibo della festa: irruppero le guardie e, per aver organizzato una preghiera pasquale comune, ci gettarono nelle celle di isolamento. Accadeva proprio mentre nell’Europa occidentale diventavano popolari le “marce cristiane per la pace”, sostenute dall’Unione Sovietica, i cui partecipanti guardavano con notevole favore al loro presunto “protettore e pacificatore”, ossia all’URSS. Fu così che, nella cella di punizione, maturò in noi il desiderio di far sapere ai cristiani del mondo che quello stesso “pacificatore”, a casa propria, ci aveva puniti soltanto per aver pregato. La decisione di indirizzare una lettera proprio a quel Papa, eletto così da poco, fu unanime. Riuscimmo a farla giungere clandestinamente in Vaticano, dove il Papa celebrò una Messa ricordando per nome tutti i firmatari.
In tal modo san Giovanni Paolo II tradusse in vita le parole di Cristo: «Ero carcerato e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Venendo da noi, quel santo Papa ci diede un impulso spirituale straordinario, affinché riuscissimo infine a spezzare le catene della casa di schiavitù comunista.
Superare l’eredità della schiavitù
Nel caso di Papa Giovanni Paolo II, il comandamento di Cristo appena citato possedeva anche un altro significato: egli seppe riconoscere le tracce e i simboli della schiavitù dei cristiani ucraini, in particolare dei greco-cattolici, e si propose di cancellarli.
Fu durante il suo pontificato che il Vaticano riconobbe e onorò il martirio della Chiesa greco-cattolica ucraina e le sue specificità ecclesiali. Papa Giovanni Paolo II dichiarò ufficialmente illegittimo lo pseudosinodo di Leopoli del 1946, che aveva messo fuori legge la Chiesa greco-cattolica ucraina; rese personalmente omaggio al confessore della fede, il cardinale Josyf Slipyj, che aveva patito per diciotto anni nel Gulag; riconobbe alla Chiesa greco-cattolica ucraina il carattere di Chiesa locale e lo statuto di autogoverno, manifestatosi, tra l’altro, nella convocazione del Sinodo straordinario dei suoi vescovi nel 1980. Infine, dopo aver condotto con successo nel 1989 le trattative con Michail Gorbačëv, questo Papa socchiuse la porta attraverso la quale la Chiesa greco-cattolica ucraina poté uscire dalla clandestinità e ottenere il riconoscimento legale. Gli antagonisti del Vaticano al Cremlino non perdonarono mai a Gorbačëv questo gesto. Il soffio della libertà religiosa fatto entrare dal Papa attraverso quella porta iniziò infatti a trasformare in modo sorprendente le terre soggette al comunismo, e anzitutto l’Ucraina.
Già prima, tuttavia, Papa Giovanni Paolo II aveva osato compiere un passo senza precedenti, palesemente contrario alle regole consolidate dell’Ostpolitik di allora. Ricordo quanto soffrirono gli ucraini quando, nel 1988, il millennio del Battesimo della Rus’ di Kyiv-Ucraina venne celebrato ufficialmente a Mosca. Per gli ucraini vi era in ciò un paradosso oltraggioso e una profonda umiliazione nazionale, poiché, al tempo di quel Battesimo, dove in seguito sarebbe sorta Mosca si stendevano paludi primordiali. San Giovanni Paolo II, invece, conosceva bene la storia e non cadde nell’inganno imperiale del Cremlino: in Vaticano, quell’anno, il giubileo fu celebrato ponendo Kyiv al centro, come festa del popolo ucraino.
È importante sottolineare che non esisteva ancora uno Stato ucraino indipendente e che anche in Polonia il regime comunista stava soltanto consumando i suoi ultimi giorni. Vi era però la chiara comprensione che la liberazione nazionale fosse direttamente legata a quella spirituale. Perciò, tanto durante le celebrazioni giubilari del 1988 a Roma con la partecipazione del Papa, quanto successivamente a Częstochowa, i vescovi greco-cattolici e quelli romano-cattolici invocarono insieme lo Spirito Santo - lo Spirito della Libertà - sui nostri popoli oppressi. E, come sarebbe apparso evidente di lì a poco, riuscirono davvero a ottenerne la venuta.
Saper vincere le resistenze e difendere ciò che è giusto
La storia del pellegrinaggio di Papa Giovanni Paolo II in Ucraina nel 2001 illustra in modo straordinariamente eloquente la sua capacità di vincere la resistenza di strutture ormai superate. Molti, in Ucraina, accolsero le prime notizie di una sua possibile visita come pura fantasia. A causa dello “scandalo delle cassette”, cioè del sospetto che l’allora presidente ucraino Leonid Kučma fosse legato all’assassinio del noto giornalista Georgij Gongadze, l’Ucraina era stata allora messa tra parentesi dalla politica mondiale. Basti ricordare che, nei protocolli degli incontri internazionali, si cambiava persino l’ordine alfabetico affinché i potenti di questo mondo non dovessero sedere accanto al presidente ucraino. L’unica mano che in quel momento il mondo tese all’Ucraina fu dunque la mano di questo grande Papa; e la classe politica ucraina, come pure l’intera società, apprezzarono profondamente quel gesto di inestimabile sostegno.
Si fece sentire allora anche la gelosia russa. Mosca considerava l’Ucraina un proprio territorio di missione, e al Cremlino il pellegrinaggio del Papa, compiuto senza il consenso di Mosca, venne giudicato un proselitismo senza riguardi. Non stupisce che dalla capitale russa si levassero proteste categoriche contro il Papa. Non solo: la gerarchia di allora della Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca, da Kyiv, consigliò con ben poca benevolenza al Papa di non venire in Ucraina. Dalla curia pontificia e, più in generale, dall’intero mondo cattolico giungevano intanto ammonimenti contro l’“irragionevole provocazione di Mosca”. In altre parole, tutti gli stereotipi dell’Ostpolitik vaticana e della Realpolitik geopolitica parlarono in quel momento a voce spiegata. Occorreva dunque essere un uomo di grandissimo coraggio per avanzare contro quel “Golfo Stream” di critiche.
Quando dunque l’aereo del Papa era ormai in viaggio verso l’Ucraina, due preghiere opposte salivano a Dio. La prima era recitata da alcune monache di Kyiv appartenenti alla già ricordata Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca: supplicavano che «l’aereo con il Papa non arrivasse a Kyiv». L’altra, ancora più ardente, era la preghiera dei greco-cattolici e dei romano-cattolici e, insieme a loro, semplicemente degli ucraini di buona volontà: che la prima preghiera non avesse alcun potere...
In Russia molti si aspettavano che la figura di un “vecchio infermo” respingesse gli ucraini. Eppure, già nel primo giorno della visita, gli abitanti di Kyiv - compresi numerosi ortodossi e non credenti - furono commossi dal fatto che, nonostante tutte le sue debolezze, quel “vecchio Papa” fosse comunque venuto da loro. Ciò che avrebbe dovuto allontanare gli ucraini, al contrario, li attirò. Aveva dunque ragione Leonid Kučma quando intitolò il suo libro L’Ucraina non è la Russia!
Con il pellegrinaggio in Ucraina del 2001, il Papa ci impartì quindi una lezione importante: non venne da noi per contendere con la Russia, ma per innalzare il significato della tradizione cristiana di Kyiv in quanto tale. Essa venne onorata non contro Mosca, bensì per se stessa, vale a dire per la pietà kyiviana. E, in realtà, non vi era nulla di sorprendente, perché per san Giovanni Paolo II la luce dell’Oriente slavo proveniva proprio dalle colline di Kyiv: «Anche Kyiv, dunque, ha svolto in un certo senso il ruolo di “precursore del Signore” tra i numerosi popoli a cui l’annuncio della salvezza sarebbe giunto partendo da qui»[1].
Il pellegrinaggio in Ucraina diede inoltre al Papa l’occasione di ripetere su quella terra le sue celebri parole: «Qui la Chiesa respira con i due polmoni della tradizione orientale e occidentale», e di definire l’Ucraina un «laboratorio ecclesiale» nel quale costruire l’unità nella diversità e in un «legittimo pluralismo garantito dal Successore di Pietro».
Durante il pellegrinaggio in Ucraina, san Giovanni Paolo II beatificò il primo gruppo di ventisette nuovi martiri della Chiesa greco-cattolica ucraina e offrì così un modello di nuova interpretazione teologica del valore ecumenico del martirio: «Insieme con loro [i nuovi martiri greco-cattolici], furono perseguitati e uccisi per Cristo anche cristiani di altre confessioni. Il loro comune martirio è un forte richiamo alla riconciliazione e all’unità. È l’ecumenismo dei martiri e dei testimoni della fede, che indica ai cristiani del ventunesimo secolo la via dell’unità».
L’unica nube nel cielo luminoso di quel pellegrinaggio fu il mancato compimento delle speranze dei fedeli della Chiesa greco-cattolica ucraina, i quali attendevano che il Papa riconoscesse il patriarcato della loro Chiesa. Ciò non avvenne. Nello stesso tempo, però, il Papa riconobbe ufficialmente che non esistevano più ostacoli canonici o storici al riconoscimento di quel patriarcato. L’affermazione recava conforto, perché ormai nessuno avrebbe potuto cancellare quelle parole dalla memoria della Chiesa. Verrà ancora il giorno in cui uno dei futuri Pontefici romani saprà leggere benevolmente i “segni dei tempi” e riconoscerà che i cristiani ucraini sono degni di vedere la loro Chiesa elevata alla dignità patriarcale.
Bisogna dunque rendere giustizia a Papa Giovanni Paolo II: a differenza di molti uomini politici del mondo, egli elaborò una politica autenticamente ucraina, autonoma e non derivata da quella russa. Perciò, parlando dall’Ucraina, il Papa non polemizzava pubblicamente con Mosca, ma testimoniava il significato storico della tradizione cristiana di Kyiv.
Essere voce della riconciliazione
Quando san Giovanni Paolo II giunse a Kyiv, gli ucraini sapevano già che era stato il primo Papa a chinare il capo in spirito di penitenza, a nome della Chiesa cattolica, davanti a tutti coloro che custodivano nel cuore la memoria dei torti storici commessi dai cattolici, e a chiedere loro perdono. Non vi fu quindi nulla di sorprendente nel fatto che, dopo l’atterraggio all’aeroporto di Boryspil, egli pronunciasse una simile formula penitenziale: «Chiedendo perdono per gli errori commessi nel passato remoto e recente, assicuriamo a nostra volta il perdono per le ingiustizie subite». In quel tempo si potevano udire da alcuni cristiani non cattolici, soprattutto da Mosca, frasi malevole del tipo: «Ve l’avevamo detto che la colpa era dei cattolici. Ora lo ha ammesso lo stesso Papa». Ma, dall’altezza spirituale dell’atto penitenziale di san Giovanni Paolo II, simili affermazioni apparivano povere nello spirito e, in senso evangelico, prive di credibilità.
La formula penitenziale di san Giovanni Paolo II divenne esemplare per l’intera Chiesa cattolica e, di conseguenza, una matrice per la riconciliazione tra il popolo ucraino e quello polacco. Le parole da lui pronunciate nel 2001 durante la liturgia a Leopoli risuonarono come una vera apoteosi della fraternità, nella quale l’elemento cristiano e quello nazionale si fondevano in uno: «È tempo di prendere le distanze dal doloroso passato. I cristiani delle due Nazioni devono camminare insieme nel nome dell’unico Cristo, verso l’unico Padre, guidati dallo stesso Spirito Santo, fonte e principio di unità. Il perdono offerto e ricevuto si diffonda come balsamo benefico nel cuore di ciascuno. La purificazione della memoria storica disponga tutti a far prevalere quanto unisce su quanto divide, per costruire insieme un futuro di reciproco rispetto, di fraterna collaborazione e di autentica solidarietà».
Non stupisce dunque che, durante quella stessa memorabile liturgia a Leopoli, alla quale parteciparono più di un milione di fedeli, dalle labbra dell’allora capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, il cardinale Lubomyr Husar, siano risuonate parole di confessione decisive per tutti i greco-cattolici: «La storia del secolo scorso della nostra Chiesa ha conosciuto anche momenti oscuri e spiritualmente tragici. Essi consistettero nel fatto che alcuni figli e alcune figlie della Chiesa greco-cattolica ucraina, con nostro grandissimo dolore, inflissero consapevolmente e volontariamente dei torti ai propri fratelli, appartenenti al loro stesso popolo o ad altri popoli. Per tutti loro, in tua presenza, Santo Padre, a nome della Chiesa greco-cattolica ucraina, desidero chiedere perdono al Signore, Creatore e Padre di tutti noi, e anche a coloro ai quali noi, figli e figlie di questa Chiesa, abbiamo arrecato offesa in qualunque modo. Affinché il terribile passato non gravi su di noi e non avveleni la nostra vita, perdoniamo volentieri quanti, in qualunque modo, hanno fatto del male anche a noi»[2].
Questo scambio di alti esempi di spiritualità cristiana esercitò un influsso straordinario sui fedeli. Rendeva tutti migliori - o almeno li spingeva a diventarlo. Le elevate parole del Papa divennero pietre angolari nella storia più recente dell’intesa polacco-ucraina, le cui fondamenta erano state poste già da Jerzy Giedroyc sulle pagine della rivista parigina Kultura. Ci sollevavano al di sopra delle barriere e ci insegnavano che la lotta tra le storiografie non avrà fine se non riusciremo a cristianizzare il nostro modo di pensare la storia. Noi tutti - ucraini e polacchi - dobbiamo comprendere che la formula «prima siano loro a... (riconoscere, chiedere scusa, e così via), e poi toccherà a noi...» è in realtà conflittuale e conduce alla rovina. Essa rivela la debolezza della nostra fede, perché i cristiani devono gareggiare nell’amore, non nelle ambizioni nazionali.
Scrutare il futuro
Una volta alcuni interlocutori polacchi mi domandarono se gli ucraini avessero udito l’appello di san Giovanni Paolo II - «Non abbiate paura!» - e quale influsso il suo pontificato avesse esercitato sull’Ucraina. Ebbene, quando la Polonia udì quell’appello, l’Ucraina era ancora stretta nelle catene del comunismo. E tuttavia già il pellegrinaggio del Papa nel 2001 ebbe un effetto trasformativo sulla storia ucraina. Mentre si trovava ancora a Kyiv, san Giovanni Paolo II ci lasciò una profezia, scolpita nell’antica predizione del santo apostolo Andrea sullo splendore della gloria di Dio sopra le colline di Kyiv. Il Papa disse allora: «La visione dell’Apostolo non riguarda soltanto il vostro passato; la sua luce si proietta anche sul futuro del vostro Paese. Con gli occhi del cuore, infatti, mi sembra di vedere diffondersi su questa vostra terra benedetta un nuovo fulgore...».
Quella profetica “visione con gli occhi del cuore” cominciò ad avverarsi quasi immediatamente, quando nella capitale ucraina esplosero due grandi feste dello spirito: la Rivoluzione arancione del 2004 e, più tardi, la Rivoluzione della Dignità del 2013-2014. Si può dire che in quelle elevazioni spirituali dell’Ucraina fossero presenti anche le parole di san Giovanni Paolo II, poiché su quei Majdan germogliarono i semi della verità cristiana che egli aveva seminato con tanta abbondanza nel corso della sua vita. E nello slancio con cui gli ucraini cercavano di affermare la propria dignità si potevano riconoscere i frutti del suo luminoso ministero pastorale.
Un fatto curioso: ancora per diverse settimane dopo il pellegrinaggio papale del 2001, le strade di Leopoli rimasero impeccabilmente pulite, gli automobilisti si cedevano cortesemente il passo e lasciavano attraversare i pedoni con gentilezza...
Alcune conclusioni tratte dall’insegnamento di san Giovanni Paolo II possono essere formulate anche oggi, nel tempo della guerra su vasta scala condotta dalla Russia contro l’Ucraina. Quel Papa fu un ispirato costruttore dell’Europa alla quale gli ucraini desideravano tornare con tutte le proprie forze. Come emerge dal suo messaggio al Congresso ebraico-cristiano europeo, riunito a Parigi il 28 e 29 gennaio 2002, egli desiderava «edificare insieme la casa comune europea, unita nella giustizia, nella pace, nell’equità e nella solidarietà». Perciò incoraggiava gli ascoltatori con parole ispirate: «Spetta a noi trasmettere alle nuove generazioni le nostre ricchezze e i nostri valori comuni, affinché mai più l’uomo disprezzi il proprio fratello in umanità e mai più guerre o conflitti vengano condotti nel nome di una ideologia che disprezza una cultura o una religione»[3].
Purtroppo, tuttavia, proprio quelle forze demoniache che l’Europa era chiamata a imbrigliare e neutralizzare si sono infine liberate e hanno praticamente distrutto il sistema di sicurezza internazionale fino ad allora esistente. Come eruttato da un vulcano, il magma di atteggiamenti antichi e, si sarebbe detto, quasi dimenticati, si è riversato nella realtà politica del mondo: il culto della forza, le pretese imperiali, l’arroganza delle grandi potenze, l’umiliazione dei più deboli, il ricatto economico. San Giovanni Paolo II venne dunque ascoltato, ma non udito. O forse fu udito, ma non a lungo, perché gli egoismi nazionali e persino personali si rivelarono più seducenti.
In questa situazione, quel grande Papa ci ammonirebbe ancora una volta: «La guerra porta con sé una sproporzionata crescita dell’odio, della distruzione, della crudeltà. E se non si può negare che essa manifesta anche nuove possibilità del coraggio umano, dell’eroismo, del patriottismo, rimane tuttavia il fatto che in essa prevale il conto delle perdite. Prevale sempre di più, perché ogni giorno cresce la capacità distruttiva delle armi inventate dalla tecnica moderna. Della guerra sono responsabili non solo quanti la procurano direttamente, ma anche coloro che non fanno tutto il possibile per impedirla»[4].
Al di sopra di tutte le sfide presenti provocate dalla guerra, l’appello più decisivo di san Giovanni Paolo II fu e rimane tuttavia il suo grido: «Non abbiate paura!».
Myroslav MARYNOVYCH
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